Wladimiro Dorigo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per flumina et fossas.

 

La navigazione endolitoranea fra Chioggia e Aquileia

 

in età romana e medioevale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1. La navigazione interna fra Chioggia e Altino

 

2. L'itinerario della *fossa Popilliola fra Altino e Caorle

 

3. La navigazione endolitoranea fra Caorle e il Tagliamento

 

4. L'ultimo tratto endolitoraneo, verso Aquileia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venezia, marzo 1995

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il problema dell'itinerario della navigazione interna nell'antichità fra Ravenna e Aquileia - che viene comunemente detta endolagunare, e che propongo qui di chiamare endolitoranea, per i motivi che verranno esposti infra - non è ricco di letteratura risolutiva, particolarmente per il tratto, che qui interessa, fra Altino e Aquileia

. Solo sulla base di una breve notizia dell'edictum de pretiis dioclezianeo ([a Rav]enna Aquleiam...)

si è ritenuto recentemente da qualche studioso che la navigazione da Altino verso oriente fosse in uso in età imperiale, senza tentare tuttavia apprezzabili ricerche del suo percorso

: ma continuano al riguardo dubbi significativi, di chi ritiene "che dopo Altino e fino ad Aquileia la strada riprende per via di terra", e di chi interpreta l'alta tariffa praticata (7500 denari per 1000 moggi) non solo - come è ragionevole - per la modesta stazza delle imbarcazioni fluviali rispetto alle navi, ma anche per una necessità di tratte terrestri interposte a quelle acquee, con conseguenti alti costi di trasbordo, rottura di carico, etc

. Con questo breve lavoro, integrando alcune nuove acquisizioni recentemente offerte

, cercherò di proporre un'ipotesi concreta di un percorso acqueo di età imperiale, per alcuni tratti documentabile da fonti sicure e abbondanti - ancorché spesso non usuali agli studiosi dell'età antica -, per altri fondamentalmente deducibile sulla base di indizi egualmente numerosi e di indubbia significatività.

 

Come è noto, Plinio (Naturalis Historia, III, 126) non nomina una navigazione interna a nord di Chioggia. Dopo la fossa Clodia, egli elenca fino ad Aquileia una serie di località, città, fiumi e porti, senza accennare all'esistenza di paludes, fossae e flumina, come aveva fatto precedentemente: peraltro egli aveva affermato (N.H., III, 119) l'esistenza di "flumina et fossas inter Ravennam, Altinumque per CXX", cioè conosceva anche un percorso per fiumi e fosse evidentemente misurabile e quindi ben noto fra il terminale della fossa Clodia - che porremo correttamente in località Vigo, riconoscibile come il vicus originario dal quale si staccava la nuova tratta navigabile

- e Altino. Questa tratta è conosciuta anche dall'Itinerarium Antonini Augusti come capolinea di una navigazione interna attraverso i Septem Maria. Ammessa quindi l'esistenza di un percorso fra Chioggia e Altino, ci si può chiedere quando sia stata creata quest'ultima parte del tragitto fra Ravenna e Altino.

 

 

 

 

 

 

 

1. La navigazione interna fra Chioggia e Altino

 

 

 

 

 

Le fonti tacciono, ma ne esiste una, ben autorevole anche se non precisa e autottica, che può fornire un'informazione rilevante: Strabone. In V, 1.5 l'autore, dopo aver affermato che la regione dei Veneti è ricca di fiumi e paludi, e si lascia anche penetrare dalle fasi del mare, sì che la maggior parte della pianura si riempie di stagni marini, informa che, a imitazione del basso Egitto, essa viene regolata per mezzo di fosse e argini, sì che in parte viene prosciugata e coltivata, in parte resa navigabile. Questa notizia, che evidentemente non dipende dalle antiche fonti di Strabone, ma riguarda operazioni in corso mentre egli scrive (c. 14-19 d.C.) - le quali probabilmente non erano state ancora iniziate mentre Livio (Ab urbe condita, X, 2, 4-15) narrava l'avventura di Cleonimo fra gli "stagna...inrigua aestibus marinis" contigui all'"ostium fluminis praealti" del Medoaco (c. 25 a.C.) -, non è stata mai interrogata nel suo pregnante significato

. Essa accerta anzitutto che in un'area interessata da penetrazione dell'onda di marea negli stagni retrostanti i lidi si stavano ricavando fosse navigabili, modificando strutturalmente una situazione quale quella descritta da Livio (con riferimento al 302-301 a.C., ma presumibilmente non molto dissimile circa tre secoli dopo), nella quale si poteva navigare solo per risalita degli alvei fluviali, ed era possibile avventurarsi trasversalmente nei "vada stagnorum" (i bassifondi di quegli stagni) solo con "fluviatiles naves...planis alveis fabricatas" (imbarcazioni a fondo piatto, del tipo del moderno sandalo), e con quei lintres (Servio, 1, V, 262 = "fluviales naviculas") di cui disponevano i locali. Inoltre, la notizia di Strabone lascia intendere che quella "polderizzazione", per ricavare terreni agricoli oltre che fossae navigabili, come nel basso Egitto, ben poté esprimersi - per non dire che probabilmente si espresse - con le forme tecniche tipiche dell'agrimensura romana, nelle quali le fosse decumaniche delle centuriazioni (particolarmente quelle di "seconda generazione") servirono da canali - in questo caso non navigabili - di scolo, per portare l'acqua al mare con l'inclinazione ottimale rispettosa delle pendenze della pianura e delle direzioni degli alvei fluviali rispetto all'arco della costa altoadriatica. Per comprendere appieno le condizioni di quell'impresa, soccorre del resto lo studio delle variazioni eustatiche, che a oltre trent'anni di distanza dalle sistemazioni scientifiche della letteratura oceanografica internazionale alcuni studiosi dell'antichità ancora non conoscono

, sebbene esse siano state assai spesso determinate sulla base di riconoscimenti archeologici e sostenute dall'autorità di archeologi e storici dell'età classica

. Sappiamo infatti che fra la metà del I secolo a.C. e la fine del I secolo d.C. il livello medio del mare diminuì di m 2,00-2,20 c., sì che le estensioni molli, semipaludose, paludose, e gli stagni litoranei, venendosi a trovare per effetto di quella regressione di tanto più elevati sul precedente livello marino, non furono più raggiungibili da eventi usuali o eccezionali di marea - ciò che durò per alcuni secoli, finché sopraggiunsero nuove trasgressioni, cui si aggiunse l'effetto permanente di una notevole subsidenza -, e si pose, quasi di necessità, il problema dello scavo di fossae endolitoranee per assicurare e potenziare la piccola navigazione locale tradizionale, e con la sua soluzione si associò il vantaggio di trarre dalle opere di scavo la delimitazione e organizzazione agrimensoria per coltivazioni più estese, più sicure, più redditizie. Ancor oggi, con una ottimizzazione di tecniche millenarie, si realizzano nelle lagune con un lavoro solo scavi di canali, "coronelle" lignee di contenimento, e colmate o rialzi di terreno con il materiale di riporto.

 

Ma questo operare sarebbe certo sfuggito all'attenzione di un geografo lontano se si fosse trattato di piccoli aggiustamenti di iniziative locali occasionali e limitate. Se Strabone può paragonare per ragioni tecniche questa trasformazione alle sistemazioni nilotiche, non par dubbio che l'impresa dovette essere di grande rilevanza per la progettazione, per l'estensione, per l'impegno tecnico e finanziario: non si trattò di qualche breve fossa agricola locale poco profonda, ma di un coerente sistema di fossae trasversali navigabili che anastomizzando numerosi tratti di meandro fluviale - quelli dei Medoaci duo, e di altri minori corsi d'acqua - conseguì con grande avvertenza progettuale non solo quel risultato che per primi avevano ottenuto gli Etruschi "egesto amnis impetu per transversum in Atrianorum paludes" (Plinio, N.H., III, 120), ma anche quel risultato di sistemazione e disponibilità agrimensoria di cui l'età di Augusto ebbe - come è ben noto - particolare bisogno. E' quindi estremamente probabile che il prolungamento della navigazione endolitoranea - si comprende ora perché endolitoranea, e non endolagunare - fra Chioggia e Altino sia stato realizzato fra l'età tarda di Augusto e quella di Claudio o immediatamente successive (a quest'ultima ricondurrebbe anche la risistemazione della fossa Clodia, mentre altri interventi di età augustea sembrano documentati dalla nota iscrizione onoraria a Tiberio console - CIL, V, 2149 - riferibile al municipio di Altino, e dall'apertura - 14 d.C. - della via Claudia Augusta altinate), così da poter essere noto a Plinio.

 

Sulla base delle fonti ben note, rilette con fedeltà filologica e con attenzione a evidenze pluridisciplinari, è dunque possibile configurare modi e tempi di un'impresa grandiosa, che ho altrove illustrato, nella quale si ricomprendono almeno tre proiezioni centuriali marittime di agri municipali: quella che ho chiamato Patavium V (20° NE), identificandola con la limitatio della regione patavina meridionale che nel medioevo si identifica con la Saccisica (centro in Piove di Sacco), e che documenta la sua estremità orientale sui lidi mediante la maglia urbana di Chioggia, pari a mezza centuria, e la fronte a mare di Sottomarina (Clugies minor), a una centuria e mezza di distanza dalla sua platea; quella che ho chiamato Patavium III, "Mestrina" (22° NE), evidenziandone le tracce in diverse vaste estensioni della maglia urbana veneziana; e quella che ho chiamato Altinum II (26°NE), scendente dall'asse della Fossetta attraverso il muranese rio dei Vetrai ancora fino all'interno di Venezia. Per questi tracciati, talvolta sovrappostisi ad altri più antichi, conservatisi negli insediamenti di origine medioevale, e ovviamente cancellati dalle trasgressioni marine che nel V-VI, nel IX-X, nell'XI-XII, e nel XVI secolo hanno progressivamente creato la laguna che conosciamo, rinvio a quanto pubblicato nel 1983

.

 

E' peraltro anche possibile tracciare per segmenti (purtroppo interrotti dagli slarghi portuali delle bocche di Chioggia, Malamocco e S.Nicolò, che hanno modificato profondamente antiche foci fluviali per effetto delle citate trasgressioni) lunghi tratti assai probabili del percorso di navigazione interna fino ad Altino e oltre, sulla base di fonti medioevali, di evidenze storico-archeologiche, di mappe lagunari antiche, e di riconoscimenti morfologici di originari alvei fluviali.

 

Con una certa sicurezza, si può ritenere che un primo tratto dell'itinerario oltre il porto di Chioggia, di origine indubbiamente fluviale, sia da riconoscere nel Canale di Bombae, presso il quale era un antico monastero di S.Marco novo, scomparso nella seconda metà del XVI secolo; questo tratto dovette essere collegato, mediante fossa, con il Canale della Cava (presso il quale sorgeva il monastero di S.Maria della Cava, pure scomparso nel tardo Cinquecento) il quale fu un altro alveo fluviale, al termine del quale la persistenza del "ghebbo" di Portosecco e dell'insediamento omonimo accerta l'esistenza di un ostium fluminis, interrato almeno dal XII secolo.

 

Le fonti documentano fin dal 1170 l'esistenza in quest'area, corrispondente all'insediamento di Pellestrina, del Canale Maiore Populare; fin dal 1167, in Chioggia, del canali populari; fin dal 1098, poco più a nord di Pellestrina, del canale pupilco de Pastene, e - con le sentenze nn. 8 e 11 della Magistratura del Piovego del 1284 e del 1285 - di una "Començaria sive canale per quem itur Clugiam", che probabilmente sostituì un secolo dopo un tratto del precedente, facilmente interrato poiché la zona si trova proprio sulla linea di partiacque fra i bacini di Chioggia e di Malamocco

. Lo stesso canale principale odierno di navigazione, più profondo - perché alimentato dalle bocche di porto - e più arretrato, sopravvive in effetti per un tratto di Canale Allacciante di minima profondità. Si noti che il termine Populare, attestato fra Chioggia e Pellestrina, potrebbe forse nascondere un precoce travisamento dell'idronimo Popilia, che troveremo più a nord (pupilco è invece metatesi per puplico = publico), e suggerire l'ipotesi di una denominazione originaria: *fossa Popilia

.

 

Oltre la bocca di Malamocco le evidenze e le fonti, pure notevoli, aiutano ancora a distinguere fra alvei fluviali e segmenti artificiali. Altre sentenze (nn. 4, 13 e 15) dei Giudici del Piovego ci informano infatti fra il 1284 e il 1287 non solo della già notata "Començaria et canale per quam itur Clugiam" o "començaria publica per quam itur Pupiliam" (appunto fino all'isola di Pupilia, Poveglia), ma anche della sua continuazione oltre Pupilia nella "començaria usque ad Sanctum Clementum et a Sancto Clemento per canale Orfanum usque ad Sanctum Angelum, qui est apud Sanctum Nicolaum"

. Le due "comenzere" hanno diversa spiegazione funzionale: la prima, da Poveglia verso sud-ovest, identifica un canale arretrato - a Re di Fisolo - (c. 3 km dal mare) il quale sostituì una fossa antica che si trovava più vicina al porto - e venne perciò devastata dalle trasgressioni - e si congiungeva con il citato Canale della Cava oltre Malamocco; non è certo più possibile restituire la fisiografia di quest'area, anche perché, come informa la citata sentenza n.4, "est verum, quod alias sive alio tempore transacto [fino al 1110 c.] ipse portus fuit magis prope Metamaucum [novum] quam modo sit": esso si trovava immediatamente a nord della località Alberoni, in corrispondenza con lo sbocco dell'attuale Canale Campana.

 

La seconda scomenzera, che si allontana nuovamente dal lido per allacciarsi al Canale Orfano, e con esso al Canale Vigano (= Canale della Giudecca e bacino di S.Marco) diretto verso il porto di S.Nicolò (la chiesa di S.Angelo, dipendente dal monastero di S.Nicolò, scomparve nelle sue acque probabilmente nel XIV secolo), dovette invece essere probabilmente più volte rifatta nel tratto fra Poveglia-S.Spirito e S.Clemente, per i fenomeni di interramento connessi alla sua ubicazione in zona di partiacque: ma non mutò notevolmente il suo percorso fra Poveglia e S.Clemente. La prima isola fu quasi certamente una statio del tragitto in età imperiale: lo attesta il nome, lo spiega la sua posizione su un antico ramo fluviale alle spalle della foce - così si ritiene generalmente - di uno dei Medoaci, e lo conferma l'antichità della sua attestazione, che inizia con il confinamento in essa dei servi del doge assassinato Pietro Tradonico nell'864, mentre una mappa cinquecentesca ne segnalava ancora la "fondamenta vechia sotto aqua longa passa 105", cioè ben 183 m

.

 

A sud di Pupilia le sentenze citate ricordano anche il canale Publico (1268), che si identifica con il canale Publico de Spignono (1287) - idronimo conservato - e sembra prosecuzione del "canale publico sive comuni per quem itur Clugiam" (1286)

: in ogni caso, una iterata conferma che, fra le tante proprietà private di acqua, canneti e paludi del XIII secolo, questi rilevanti segmenti dell'antico percorso romano continuavano a mantenere il carattere di pubblico dominio.

 

Importante appare inoltre, a nord di Pupilia, l'isola di S.Clemente, così chiamata per la fondazione dell'omonimo ospizio nel 1141, quale - secondo l'attestazione della più antica mappa veneziana (la cosiddetta "pianta di Venezia" di fra' Paolino minorita)

, fu precedentemente una cavana, ossia un posto di sosta e ricovero per le barche che percorrevano la Cava. Invece di toccare con S.Angelo il complesso monastico di S.Nicolò - fondato nel 1053 -, l'itinerario endolitoraneo toccava in età più antica il monastero di S.Servolo, attestato nell'819 per la donazione ilariana del doge Agnello Particiaco come ridotto fra le paludi, la cui fondazione risaliva certamente almeno al secolo precedente

.

 

Superiamo ora la vasta area marittima del porto di S.Nicolò, bocca relativamente recente che ha unificato foci fluviali diverse (il portus poi detto di S.Nicolò, ma arretrato sul lido della Certosa già detto litus sancti Petri, ed equivalente al canale dei Marani); il porticellus, fra Certosa e Vignole; e il portus de Murianes, attuale canale fra Vignole e lido di S.Erasmo), quali risultano descritte in instrumenta concessionis episcopali del 1181 e 1201; la posizione assai arretrata dei lidi suddetti (tutto il litorale del Cavallino, comprese le località di Punta Sabbioni e di Treporti, sono formazioni tardomedioevali e moderne) obbliga a cercare la prosecuzione della navigazione interna romana con l'attraversamento del rivus altus-canale Viganum (l'attuale bacino di S.Marco) fra S.Servolo e il canale de Castello, l'antica Olivolo, dal 776 sede dell'episcopato rivoaltino, dotata di un castrum Helibolis noto dall'840 e di una chiesa dedicata ai santi militari bizantini Sergio e Bacco, oltre che sede di antichissimo mercato. Questo luogo, ricorda il documento di donazione ai cistercensi nel 1138 della chiesa di S.Daniele "positam in castello", era anche il sito di "monumenta que modo ibi sunt vel in antea fuerint"

; e accanto ad essa sorgeva in quel medesimo XII secolo, forse non a caso, l'Arsenale veneziano.

 

Il tragitto risaliva poi l'alveo fluviale del Canale dei Marani, riconoscibile come ramo di foce del flumen de Mestre (ossia del Canale di S.Secondo), noto con tal nome fino all'età moderna, e per tale via si giungeva a Murano, passando presso la fondazione di un'antica S.Nicolò della Torre, chiesa sostituita nel Trecento dal monastero di S.Chiara; ci si riavvicinava quindi ai lidi toccando presso la punta meridionale di S.Erasmo l'isola del Lazzaretto nuovo, nota dal 1015 come una vigna detta "Muradlia cum muro circundata", in possesso della famiglia dogale degli Orseolo, di cui si notavano le "petras maiores vel minores" che si trovavano sul posto e le iacentiae esistenti "tam suptus terra vel supra terra"

.

 

La navigazione, avvicinandosi ad Altino, volgeva quindi decisamente a nord-ovest mediante il Canale Tresso, o dopo aver seguito da vicino il lido di S.Erasmo: oltre la Madonna del Monte oppure S.Francesco del Deserto e l'isola Crevan essa poteva imboccare rispettivamente il Canale di Mazzorbo o il Canale di Burano, risalendo oltre Torcello per il corso del Dese (sul quale furono poste in età medioevale palade daziarie fra Venezia e Treviso), per toccare infine le mura meridionali di Altino. In età altomedioevale, precedente il 958, questo tragitto poté avere peraltro una variante arretrata, obbligata dalle solite trasformazioni ambientali indotte dalle trasgressioni marine: da Murano, imboccando l'alveo del Bisatto, si aprì una "comenzaria que vadit ad Torcellum" fra terreni e saline ducali

, iniziando da S.Giacomo de paludo (fondata nel 1146, ove sono state rinvenute muraglie imponenti dello spessore di m 1,80, insieme con reperti indubitabili di età classica), e passando per la Madonna del Monte (già S.Nicolò della Cavana) e Mazzorbo

.

 

Definito così segmento per segmento l'itinerario - rimasto finora del tutto generico in letteratura - che, con poche fosse allaccianti numerosi alvei fluviali, consentiva di giungere ad Altino, affrontiamo ora il problema ancor più inesplorato del tragitto fra Altino e Aquileia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2. L'itinerario della *fossa Popilliola

 

fra Altino e Caorle

 

 

 

 

 

Precisare una datazione di quest'ultima tratta è davvero impossibile allo stato delle acquisizioni, anche perché occorrerebbe preventivamente stabilire se si sia trattato di una o più opere aventi compiutezza tecnica, economica e funzionale. Si dovrà pertanto continuare a procedere per successivi avanzamenti parziali, i quali peraltro possono permettere alcune comprensive sistemazioni d'insieme, mediante lo studio coordinato delle fonti, dei toponimi, della cartografia e delle evidenze archeologiche.

 

Anzitutto vale una delimitazione temporale: la considerazione dell'Itinerarium Antonini Augusti [126, 5-8], probabilmente dell'età di Caracalla (dunque ante 217), e la lettura della Storia di Erodiano [VII, 6,5, e VIII, 7, 1] laddove si riferisce a eventi del 238 (ante 240 c.), sembrano certificare, con la concordanza di due fonti di diversa struttura e funzione, che a quell'epoca una navigazione endolitoranea completa fra Altino e Aquileia non esisteva ancora, o quantomeno non era conveniente o usuale o consigliata

. Invece, dopo la pubblicazione dell'articolo di A.Calderini del 1939 sul frammento dell'edictum de pretiis di Diocleziano del 301, si deve riconoscere l'esistenza di un percorso usuale da Ravenna fino ad Aquileia, la cui tariffa, per quanto possa apparire elevata, non può essere giustificata con aumenti dovuti a integrazioni di trasporto stradale per tratti non navigabili. Il periodo di entrata in funzione della linea completa fra le due metropoli deve essere dunque molto probabilmente ristretto fra il 240 e il 300, ma le tre fonti non tolgono affatto la possibilità che tratti parziali anche lunghi fra Altino e Aquileia fossero stati resi navigabili anche prima del 240, e addirittura prima del 77 c., quando scriveva Plinio seniore.

 

Deve poi essere presa in considerazione, in sede anzitutto di delimitazione spaziale, l'evidenza di una serie imponente di idronimi, che ho recentemente tratto e pubblicato da fonti per lo più inedite di età medioevale, e comunque fin qui inutilizzate a tal fine

, i quali identificano senza dubbio per quattro o cinque punti o tratti sequenziali compresi entro un arco di oltre 60 km parti rilevanti di una fossa di navigazione con un nome originario - variamente corrotto dai secoli - di *fossa Popilliola. Come si vedrà infra, questo gruppo di idronimi, che ho potuto in gran parte ubicare con esattezza, configura un percorso unitario di navigazione fra Altino e i lidi caprulesi oltre Livenza, che rappresenta circa il 60% dell'intera tratta Altino-Aquileia. Per questo carattere di identità onomastica, oltre che per gli aspetti di viciniorità e omogeneità storica esistenti fra i centri episcopali di età medioevale di Equilo, Cittanova e Caorle (i quali rimandano, come si vedrà, a presenze significative di età imperiale), il tratto così identificabile sembrerebbe autorizzare l'ipotesi di un'opera sostanzialmente unitaria, anche se non si può su tali basi ritenere che essa giungesse come tale fino ad Aquileia; vero è che l'assenza di insediamenti di qualche rilievo in età antica a oriente di Caorle - oltre la quale l'idronimo è ancora attestato - potrebbe permettere anche l'ipotesi che la *fossa Popilliola fosse effettivamente l'ultimo tratto, giungente fino ad Aquileia, della navigazione interna qui posta allo studio. Se si assume peraltro l'informazione pliniana della distanza di 120 miglia fra Ravenna e Altino, si potrà agevolmente osservare che essa si divide in quattro segmenti pressoché eguali, identificantisi con le fosse Augusta, Flavia, Clodia, e con il tratto innominato (*fossa Popilia?) fra Chioggia e Altino; sì che sembra logico dedurre che anche le circa 68 miglia che nella nostra ipotesi restitutiva possono essere calcolate fra Altino e Aquileia debbano essere divise in due tratte equivalenti, che si troverebbero a far capolinea di arrivo e partenza proprio a Caorle. Concludiamo dunque per il momento con la delimitazione della *fossa Popilliola fra Altino e Caorle, anche se il fatto che l'idronimo medesimo sia attestato oltre Caorle lascia intendere almeno una sua estensione d'uso a detrimento di una eventuale diversa denominazione dell'ultima tratta, che permane anonima.

 

Il percorso della Popilliola da Altino poté seguire per un primo tratto l'itinerario d'arrivo per il corso del Dese, ma, più probabilmente - o in tempi diversi - il corso del Sile, data l'abbondanza dei suoi rami di foce: Siletto - detto fino al secolo scorso Sil vecchio -; o Silone-Dolce, detto Sile nel 1572, e pure Sile vecchio all'inizio dell'Ottocento, il quale passava per Costanziaco e Ammiana - ivi tracce rilevanti di fortificazioni bizantine e numerosi monasteri, e notizie di cronaca sul castrum Ammianae confortate da fonti del XII secolo

-; o infine per il Lovigno-Canale Trelera, idronimo che confessa l'esistenza di un'alzaia, mentre il suo antico itinerario era vigilato da una palada, poi Montiron, toponimo ora scomparso.

 

In ogni caso, quei tratti fluviali diversi, uno dei quali si chiamava nel 1186 Canale Puviglola

, giustificano con altri minori la lunga vita medioevale delle "contràe" altinati scomparse (Costanziaco, Ammiana, Centranica, Castrazio, Gaiada), che con Torcello, Mazzorbo, Burano configurarono un'insediamento tanto vasto e popoloso di traffici (e monasteri) da meritare la nota citazione complessiva di Costantino Porfirogenito emporion mega tò Tortzelwn

.

 

Grazie a essi si perveniva nel Canale di S.Felice (dal nome di un altro famoso monastero, fondato all'inizio del 900), alveo indubbiamente investito, modificato e privilegiato dalla marea risalente delle trasgressioni nella sua corsa terminale fino a Lio Piccolo e oltre, ma certamente costituito da una antica "plavesella" (cioè da un ramo di foce della Piave) cui soccorsero in seguito le acque del Vallio-Meolo-canale Lanzoni, sulla confluenza del quale ultimo, non a caso, era attestata all'inizio del Trecento una palada daziaria trevigiana, quella detta di Papeluserte, ora ancora riconoscibile in un altro Montiron. Con questo imbocco, e senza creazione di fosse particolari - che non fossero aggiustamenti o raddrizzamenti operati nel corso di secoli di manutenzione - la navigazione entrava in un sistema nuovo e ancora più complesso, quello plavense, che doveva garantirle lungo percorso e incrocio con un'altra linea di traffico già rilevante nell'antichità, la quale fu ripresa in età medioevale fin quasi ai giorni nostri, ed è in particolare testimoniata dalla fluitazione del legname cadorino per disciplinate "menade" di zattere, accertate documentalmente dall'inizio del Duecento

.

 

Dopo breve tratto verso sud nel Canale di S.Felice, la navigazione poteva proseguire nel Canale Rigao e nel Canale dei Bari, costituiti anch'essi da solchi tracciati dalle esondazioni plavensi fra Lio Piccolo e Lio Maggiore: sono queste le prime formazioni litoranee riconoscibili della laguna settentrionale, oggi distanti tre-quattro chilometri dal mare, la cui esistenza è attestata largamente in età medioevale e appare documentata inizialmente dal Porfirogenito con i nomi di Hlitoualba e Boes (=Littus Album e Littus Boum nel Chronicon Altinate)

. A Lio Maggiore si imboccava quindi il canale del Caligo, pure identificabile come una "plavesella", delimitato ancora nel Settecento da due torri, una scomparsa a Lio Maggiore (Torre de Caligo), e una scapitozzata (è documentata a tre piani nel 1589

: denominata turris de Plave fino alla fine del Trecento, quindi nota anch'essa come Torre de Caligo) nel punto di immissione nell'attuale Sile, cioè nell'antico corso della Piave transitante per Jesolo

, in cui il Sile fu dirottato nel 1682. L'idronimo C a v a del Caligo, usato da C.Sabadino nel 1558, indica lavori di razionalizzazione e scavo precedentemente intervenuti

.

 

Uscendo dalla laguna di Venezia e dalla sua conterminazione, iniziata nel 1609, l'itinerario endolitoraneo non modificava i suoi arrangiamenti, perché non mutavano le condizioni ambientali del territorio attraversato. Anche se si ritenne fino a epoca recentissima l'esistenza di una "laguna eracliana"

, in un'isola nella quale si sarebbero rifugiati i profughi opitergini e l'ufficialità bizantina sconfitta dai Longobardi nel 639, ritengo di aver ora prodotto, anche in connessione con le ricerche archeologiche compiute a partire dal 1987 da S.Salvatori, una documentazione di storia territoriale sufficiente a convincere che anche il territorio fra Piave e Livenza godette ben diversa situazione ambientale e insediativa in età antica, compromessa purtroppo come l'area della laguna veneziana dalla congiunzione perversa fra eustatismo e subsidenza, e devastata infine dalle improvvide operazioni di diversione della Piave, con la conseguente creazione del lago omonimo, condotte dalla repubblica di Venezia fra il 1642 e il 1664

. Sarebbe del resto stato sufficiente guardare al tracciato della via Annia - che con la scoperta dei noti ponti romani sul Grassaga (1922) e sul Canalat (1948)

indicava un altrimenti inesplicabile percorso in mezzo a paludi ora situate fino a -1,5 m sotto il livello medio del mare - per comprendere che la via del 132 a.C. cercò il contatto con un precedente centro di qualche importanza (S.Salvatori ha rinvenuto a Cittanova materiale romano e paleoveneto, oltre che reperti del Bronzo finale)

, operando perciò un allungamento rispetto alla retta brevissima che collega S.Donà di Piave con i resti noti del ponte sul Livenza a S.Stino, e per concluderne che il territorio da essa attraversato non poteva essere allora né lagunare né paludoso.

 

Entrata presso la seconda Torre de Caligo nell'alveo terminale della Piave-Sile, la navigazione antica doveva uscirne quasi subito, a nord della località Le Mure, testimoniante con complessi strati archeologici risalenti fino al I secolo l'esistenza di una statio o vicus di età imperiale; il sito è noto con il toponimo di Equilo (poi Jesolo), ricco di materiali edilizi antichi che vennero in gran parte prelevati e riutilizzati su disposizione del doge Giustiniano Particiaco nell'829 per la costruzione del monastero di S.Ilario e della prima basilica di S.Marco

. Gli scavi effettuati negli ultimi decenni, fino agli ultimi del Tombolani (1987), e le prospezioni condotte da chi scrive nel 1986, producendo una grande quantità di materiale di età imperiale, paleocristiana e altomedioevale, e vastissime evidenze sepolte, accertano l'importanza del luogo, già altinate, che almeno dal IX secolo fu sede episcopale, e ne chiariscono la funzione di scambio per l'incrocio con la navigazione plavense e d'altri fiumi verso l'Opitergino, e di sosta nel percorso endolitoraneo, a metà strada circa fra Altino e Caorle

. Qui del resto soccorrono a conferma puntuale molte altre fonti documentali della *fossa Popilliola: canale Povigliola (1285), canale publico dicto Pupiliola (1306), canale maiori super Poveiolam (1328), ad Piviolam (1350), canal de Pioviola (1365-1366), cava Poveiola (1367), canale Poveiole (1394), fossa ditta Paviola (1567)

: le quali, insieme con l'idronomastica delle mappe

indicano l'arcuato percorso della cava/fossa in continuità con Flexolongo e Precastellana e in connessione con la Cava nova, detta poi Cava Zucarina vecchissima quando ne venne corretto il tracciato, e con la Cava Zucarina nova a mezzo il secolo XVI

, verso il bivio di confluenza nel Canal del Doxe (detto anche Largon, e Sette Casoni), diretto a Cittanova, o nel Canal di Revedoli, diretto a Caorle.

 

 

 

Nominando diverse versioni della Popilliola, della Zucarina vecchissima e della Zucarina nova non è peraltro ancora completato il quadro di un complesso nodo di comunicazioni acquee antichissimo incentrato su Equilo: occorre ricordare infatti anche la "Cava vecchia sive Canal de Arco", e la più recente (1565-1602) Cavetta, detta a suo tempo essa pure Cava nova. Questa molteplicità di percorsi, tutti in partenza da una grande ansa della Piave, e tutti - salvo la Cavetta, che giunge a Cortellazzo - diretti verso Caorle, sottolinea l'importanza del luogo e i successivi interventi che con tracciati diversi ma simili, utilizzando alvei fluviali e rótte alluvionali, e raddrizzandoli talvolta con più rapidi segmenti, garantirono per quasi due millenni una comunicazione di smistamento. Si può ritenere che maggiore antichità spetti, nell'ordine, alla Fossa ditta Paviola (segmento della *fossa Popilliola di età imperiale), quindi alla Cava vecchia già detta Canal d'Arco (e Archimicidium, di cui parla il Chronicon Altinate)

, alla Cava Zucarina vecchissima, e alla Cava Zucarina nova. Si constata peraltro che la prima coesistette a lungo con la seconda, se risulta ancora in uso, sia pure con grandi difficoltà, nel 1367 (quando si deliberava "quod ipsa cava reducetur et fiat quinque pedibus magis larga quam sit in bucha et uno pede minus in fundo, ut duret melius per tempora futura"), e si decideva per l'alternativa della terza nel 1440, con appalto a uno scavatore opitergino, Cristoforo de Liberal, e più tardo affidamento gestionale nel 1499 ad Alvise Zucharin, da cui il nome

. Il Canal d'Arco, a sua volta, pose inutilmente problemi di recupero (nel 1394 si discuteva in Senato di riattivare il "canale Drachum, per quod antiquitus frequentari solebat")

: sulle sue sponde, dietro i montones litoranei, erano fioriti almeno tre monasteri (S.Leucio, S.Giorgio de pineto, SS.Vito e Modesto), e il suo corso aveva rappresentato forse una via più diretta e veloce verso Caorle quando il traffico nell'alto Medioevo risultò frammentato in tratte locali; in quell'epoca il percorso della Popiliola-Canale del Doxe privilegiò la comunicazione fra Cittanova e Rivoalto, cui si riferisce l'angaria imposta ai Civitatini nel 1024 per il trasporto acqueo del loro gastaldo fino a Equilo, ove doveva iniziare, nel caso di servizio di palazzo, l'angaria imposta agli Equilensi per la tratta successiva

.

 

Il primo e il secondo tracciato confluivano comunque - il secondo mediante il Canale de Velai - nel lungo Canale di Revedoli, un percorso di età romana costituito per allacciamento di segmenti d'alveo diversi lasciati da due direttrici di esondazione della Livenza

: il citato Canal del Doxe, nascente da rótte del fiume presso Torre di Mosto (che ivi si ripeterono per secoli, fino al Seicento); la Fossa vecchia, originante da S.Lorenzo di Livenza (chiesa antichissima ceduta con adeguata proprietà dai Caminesi al monastero di S.Salvador di Venezia nel 1153)

, sulla quale furono il portus Vilanus di Villa (un insediamento noto anche con il nome di Caput argeris fin dall'883), e Fines (località confinaria romana nota dall'840 - Pactum Lotharii - e dall'864 per il già ricordato esilio dei servi di Pietro Tradonico), e dalla quale origina anche il Canale Termine-Ongaro, pure desinente nel solco terminale della Livenza vecchia.

 

Presso la confluenza dei due tracciati fu in Revedoli la Torre da Fin, indubbiamente legata con Fines, a costituire insieme con quel centro un probabile vicus, confine certo fra l'agro municipale di Altino e quello di Oderzo; il quale ultimo scendeva fin quasi al mare, come mostrano le possessioni caminesi donate fra il XII e il XIII secolo a sette monasteri sul Livenza, il territorio di Tre cavedi (attuale palude di Tre cai), pervenuto a Venezia per l'atto di sottomissione del 1291 di Biacquino VI e Tolberto VI da Camino, e la persistente giurisdizione episcopale cenetense su quei territori

. Oltre la Torre da Fin, ancora tenuta da un capitano veneziano nel 1309, le cui "muraye et ruyne" furono reimpiegate in lavori del 1491 (Fines scomparve fra il XIII e il XIV secolo, fra le paludi), era sul Revedoli un'altra torre, detta de Rodevol o "dei mossoni", pure scomparsa, ma segnalata dalle mappe cinquecentesche, e più a est, alla confluenza nel tratto terminale della Livenza vecchia, fu la chiesa e ospitale di S.Croce, mentre sulla sinistra della foce si trovavano la Torre di Livenza e il monastero omonimo di S.Maria

. Questa concentrazione insediativa medioevale - cui corrisponde a ca' Sorian, grazie a un recente ritrovamento, una evidenza archeologica di notevoli dimensioni e significato (villa rustica?)

, ben si accorda con l'esistenza di un porto - fluviale - che Plinio ha ricordato come omonimo sul flumen Liquentia. Risalendo per non lungo tratto la Livenza vecchia, e inserendosi in una Cava de Abrian (l'attuale Brian), l'itinerario si concludeva quindi in breve tempo presso il sito di Caorle, girando alle spalle del monastero di S.Margherita e, forse, di quello di S.Pietro di Romatina

.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. La navigazione endolitoranea

 

fra Caorle e il Tagliamento

 

 

 

 

 

Come già detto, ritengo che il sito medioevale di Caorle, appartenente all'agro concordiese poiché l'agro opitergino era delimitato dalla Livenza vecchia (la Livenza nuova è creazione moderna, conseguente al taglio detto Traghettino compiuto nel 1642-1664 nell'ambito della operazione diversiva della Piave), costituisca il capolinea mediano della navigazione di età imperiale fra Altino e Aquileia: la sequenza del periplo pliniano fa peraltro corrispondere alla "colonia Concordia, flumina et portus Reatinum", con un'espressione che ha sollevato molte discussioni fra gli studiosi. La lettura proposta da G.Rosada

, che intende flumina et portus come due plurali, e conseguentemente postula un porto in ciascuna delle foci dei due Tiliaventum, dell'Anaxum, dell'Alsa e del Natiso, identificandolo in quest'ultimo caso "all'altezza di Grado", non persuade, anche se filologicamente ammissibile, alla luce della morfologia indagata fin qui, della mancanza di insediamenti interni di qualche rilievo cui legare tanta abbondanza di scali, e anche della eccezionale corrispondenza che occorre invocare per ammettere una serie di sette fiumi e sette porti di identico nome, con un procedimento denominativo che troviamo una sola volta in tutta la precedente sequenza pliniana a partire da Ravenna (il portus Liquentiae), e che solo in un altro caso possiamo forse ricostruire in età medioevale (Metamaucum da Medoacus).

 

Sembra invece di dover ritenere che al plurale fluviale corrisponda un solo, omonimo porto Reatinum, rispondente alle necessità dei Concordiesi per l'innesto nel tracciato endolitoraneo, e che i fiumi di seguito elencati non disponessero nell'età del primo impero di analoghi porti interni, che non è chiaro a chi potessero servire.

 

In quest'ottica sembra obbligata l'identificazione dei flumina Reatinum con Lemene e Nicessolo, due rami fluviali che si dividono da un unico alveo solo a Cavanella, a sud di Concordia, per riunirsi nuovamente - avendo il primo ereditato anche le acque del Loncon - nel porto di Falconera: senza escludere che una foce precedente potesse essere quella del porto di S.Margherita, ove sembra puntasse l'ultimo tratto dei due fiumi, prima che in esso fosse portato a sboccare il Canale di Bisserera trasformato in Livenza nuova con il taglio Traghettino. L'origine più lontana, per ambedue, è comunque l'alto Tagliamento, dal quale, certamente prima dell'età di Plinio, si staccò a nord di Cordovado un imponente paleoalveo alluvionale, il quale all'altezza di Teglio Veneto si divaricò in due direzioni, a destra verso Portogruaro e Concordia in vari rami di un probabile paleo-Lemene (principali i già detti Lemene e Nicessolo), a sinistra verso Fratta, Fossalta, Vado, Giussago e Lugugnana in un complesso percorso sfociante con gli attuali Canali dei Lovi (da alluviei = delle alluvioni) e di Lugugnana (Luvignana: stesso significato) nel porto di Baseleghe; il quale può essere riconosciuto come lo scomparso Tiliaventum maius di Plinio, identificando perciò come Tiliaventum minus il Tagliamento attuale, che del primo riconvogliò in età medioevale gran parte delle acque

.

 

E' assai probabile, naturalmente, che sia il primo sia il secondo fiume abbiano favorito il sorgere, presso le foci, di edifici o di qualche modesto insediamento: il toponimo-idronimo Baseleghe non sta necessariamente per basiliche, e in età altomedioevale può aver identificato qualsiasi rilevante costruzione

, per esempio qualche villa rustica del I secolo, quali sono state recentemente scavate in località Castello di Lugugnana, fra 9 e 2 km c. dal mare

. Questa morfologia insediativa appare del resto apparentabile con la presenza - ma assai più rada che oltre Livenza e oltre Tagliamento - di monasteri medioevali, quali il S.Bartolomeo montis vulpium, ubicato da mappe antiche sul Canale di Baseleghe, presso il ramo dell'Albaron

.

 

Presso la foce del Tagliamento, a circa 4 km dal mare, e dunque in area di foce del Tiliaventum minus, c'è d'altra parte un insediamento medioevale di specifico interesse, Bevazzana, che corrisponde certamente al litus Biaçianum del Chronicon Altinate (dove "toti piscatores Bibonensium...illorum recia ponebantur"), e che quella fonte identifica con il litus Ausanu, collocandolo dopo il litus Pupiliola e prima del litus Taliamentum e del litus Lignanum. Questa sequenza corrisponde - arricchendola - a quella di kastra su nhsoi (=litora) del de administrando imperio del Porfirogenito (Pwmatina, Ayanon, Loulianón), mentre un testo della cancelleria imperiale occidentale [Pactum Ottonis, 967] e un'opera vicina alla cancelleria veneziana [Giovanni diacono, 1008 c.] conoscono Bibionibus e Bibiones come locus e insula in elenchi, pur assai più ristretti, che non considerano i litora

. Dunque, presso le foci dei due Tiliaventum pliniani sono presenti, per reperti o per fonti, insediamenti agricoli antichi o popolazioni medioevali dedite alla pesca, ma non si conoscono portus, che sono attestati più a oriente nella fonte medioevale.

 

Invece, ancora la fonte del Chronicon Altinate attribuisce al patriarca Elia una taliada creata nel litus Taliamentum per littoris longitudo: a prescindere dall'attribuzione, taliada (che è voce veneziana relativamente tarda, identificante lo scavo di una fossa di congiungimento fra alvei canalizi o fluviali) è in questo caso sicuramente riconoscibile come "la cava" rettilinea che le mappe cinquecentesche e seicentesche collocano alle spalle della Pigneda compresa fra il Canale di Lugugnana (Ligugnana, Luvignana, Luignana, Lugignana) e il Tagliamento moderno, presso Bevazzana

. Nella Pineta sorge infatti oggi la moderna Bibione, in piena corrispondenza con l'informazione della cronaca.

 

Ma se il litus Taliamentum, contrassegnato dalla taliada/cava, e cioè il litus Biaçianum del Chronicon Altinate (compreso fra i due Tiliaventum pliniani, e attualmente fra porto Baseleghe e la foce del Tagliamento), corrisponde oggi e corrispondeva attorno al 1000 alla pineta di Bibione, identificandosi con quello che lo stesso Chronicon chiama litus Due Basilice sive Ausanu

, si può correttamente concludere che in esso si deve riconoscere anche il kastron Ayanon del Porfirogenito (datato 950 c. su fonte attribuibile al VI-VII secolo): in tal modo, da Plinio a oggi, nonostante la mancanza di ripetizione di taluni idronimi e toponimi, tutte le informazioni si confortano e corrispondono attraverso cinque serie di fonti autonome fra loro, sulla base dell'identificazione qui proposta di due flumina Reatinum con il Lemene e il Nicessolo (con un solo porto, da cui trasse origine il castrum di Caorle), di un Tiliaventum maius riconoscibile nel Lovi-Lugugnana, e di un minus riconoscibile nell'alveo del Tagliamento attuale.

 

Resta tuttavia una difficoltà, relativa alle misure offerte dal Chronicon Altinate, che i commentatori moderni in genere trascurano (a vero dire è stata quasi sempre trascurata e vilipesa in quanto favolosa l'intera fonte), ma che per scrupolo di completezza si vuole qui affrontare. Come si vedrà infra, la lunghezza complessiva dei lidi fra Grado e il Tagliamento ricavabile dalle misure fornite dalla fonte corrisponde in modo soddisfacente alle dimensioni moderne; ciò sembra invece non verificarsi per i lidi fra la foce del Tagliamento e Caorle, ove le misure medioevali riferite (miglia 12 + 9 + 9 + "aliquantulum" = miglia 30 + x = km 44,340 + x) configurano una linea di costa lunghissima, del tutto imparagonabile con quella odierna.

 

Vista la corrispondenza dei numeri oltre Tagliamento, si tratta evidentemente di un errore: ma occorre stabilire se esso investe l'intera narrazione, o se riguarda solo le lunghezze proposte. A mio avviso, si tratta quasi certamente di un errore di copisti. E infatti, si osserva anzitutto che la fonte assegna al litus Biaçianum la dimensione di miliaria novem, e subito dopo ne assegna altri nove al litus Due Basilice...sive Ausanu, che peraltro aveva appena identificato con il precedente. Dunque, c'è un nove in più. Ma se si deve anche ritenere che siano la stessa cosa il litus Biaçianum e il litus Taliamentum, come si è mostrato supra, ciò significa che le lunghezze litoranee debbono essere così corrette: miglia 12, relative a tutto il litus compreso fra la foce del Tagliamento e Caorle, di cui 9 relative al litus Taliamentum ( = litus Biacianum = litus Due Basilice = litus Ausanu), e "aliquantulum" (parificabile a 3 miglia) per il litus Pupiliola. Se si guardano le più antiche mappe disponibili

si può constatare che il lido riconoscibile come Pupiliola, confinante a ovest con il "porto di Caorle va in Lemene", termina a est con una bocca di "mezo lido" (oggi scomparso), e non con il "porto di Baselege", sì che è valutabile appunto nell'ordine di un quarto dell'intero litorale, cioè di tre miglia. Questa morfologia suggerisce anche che il resto del litorale potesse essere distinguibile fra un litus Due Basilice (Ausanu) a ovest e un litus Taliamentum (Biaçianum) a est rispetto al "porto di Baseleghe": infatti, il "mezo lido" risulta formato nelle nostre mappe dalla foce di un "fiume Baseiego"/"canale de Baselege". Vale, al riguardo, la seguente sinossi grafica (prospetto n.2).

 

 

 

Restituita in tal modo un'ipotesi di fisiografia litoranea sulla base delle fonti e mappe più antiche, si può constatare altresì, nella mappa del 1549-1542 e nelle altre citate, che la navigazione medioevale si svolse anche in questo settore a est di Caorle fruendo per gran parte di alvei fluviali: dopo la palada di Lemene quello del "canal da re", che si continua con il "canale Rottola" (con acque di una rótta del "canale de Baselege"), quello del ramo di quest'ultimo diretto al "porto di Baselege" ove era un'altra palada, quello del tratto di foce del "canal di Lugugnana" (già Tiliaventum maius), per entrare infine nella ricordata "cava di Bevazzana", che come già notato risulta corretta nel tratto finale verso il Tagliamento dopo il 1654 da una cava "di Baseleghe", sostitutiva di un segmento della "cava vecchia". Nell'età imperiale questa navigazione endolitoranea ebbe probabilmente fra la Livenza e il Tiliaventum minus un unico referente interno: Concordia e il suo agro (naturalmente dal XII secolo Portogruaro) con colonizzazioni sparse privilegiate lungo gli alvei fluviali. Le mappe più antiche mostrano che il territorio di Caorle, ‘terminato’ dai Savi sopra Conti della repubblica veneta nel 1584, pur seguendo sommari confini verso l'interno, ricomprendeva allora tutto il litorale in quanto area originaria del ducato: e anche se conosciamo, in diversi luoghi confinari, l'uso frequente della repubblica di Venezia in età tardomedioevale di riscrivere a proprio vantaggio i confini di terraferma, troviamo traccia nel Chronicon Altinate dell'antica continuità territoriale della provintia bizantina nei privilegi riconosciuti da parte dei tribuni venetici al patriarca gradense come proprietario dei lidi - forse addirittura dal VI secolo, come erede di spolia Gothorum in forza della prammatica sanzione giustinianea - fino al castrum di Caorle: una tradizione che qualche documento altomedioevale per specifici beni forse smentisce, e qualche altro documento bassomedioevale sicuramente conferma

. Motivo essenziale della ostinata conservazione di quella continuità territoriale di lidi spesso boscosi o incolti e deserti fu fra il VI e l'VIII secolo, e anche ancor più successivamente, il mantenimento della via d'acqua interna fra Grado e Malamocco, vigilata verso terra e verso mare.

 

Al patriarca gradense i tribuni assicuravano, oltre al rispetto delle proprietà riconosciute, diritti di caccia su tutto il litorale fino alla pineta jesolana, e su tutto il territorium Plavis, e anche servizi di trasporto acquei ("gundulis et angaridiis") così come era garantito al doge. Più si procedeva verso oriente, la via endolagunare dell'antichità fu, nell'alto medioevo, l'asse nazionale del ducato, armatura essenziale della sua continuità, e via patriarcale più ancora che ducale, prima di divenire nel basso medioevo e in età moderna la famosa e coltivatissima "Navigation del Friuli", per la quale passavano "barche, burchi, gondole et alia navigia"

.

 

4. L'ultimo tratto endolitoraneo, verso Aquileia

 

 

 

 

 

Per oltrepassare il Tiliaventum minus la navigazione antica risaliva brevemente il fiume fino a Bevazzana, dove un'altra fossa artificiale (Cava di Tagliamento, Cava di Bevazzana) accoglieva i legni, con progressivo avvicinamento al mare. A questo punto, l'attuale laguna di Marano e Grado propone nuove difficoltà nell'indagine sul percorso del tratto finale di navigazione verso Aquileia, e postula nuove riflessioni fondate sui capisaldi informativi esistenti: essenzialmente, oltre a Plinio, il Chronicon Altinate e le più antiche mappe di età moderna, con qualche rara fonte documentaria medioevale.

 

Plinio conosce tre fiumi (con due affluenti) fra Tiliaventum minus e Aquileia: "Anaxum, quo Varamus defluit, Alsa, Natiso cum Turro". Recentemente G.Rosada ha ritenuto giustamente che l'Anaxum sia da riconoscere nello Stella, anche se non è riuscito a identificare il Varamus

; in verità, il fiume Varmo è ancora ben noto e visibile sulle carte moderne come su quelle più antiche, e confluisce nel Tagliamento presso Madrisio

, ma è del tutto probabile che il suo corso in età romana sia piuttosto da identificare con il canale Cragno, che passa proprio per il paese di Varmo, e confluisce nello Stella a Palazzolo. L'Alsa non costituisce certamente problema, poiché il riconoscimento linguistico Alsa ®Ausa non è di oggi: piuttosto si può osservare che esso si apparenta strettamente con il considerato litus Ausanu, che nel Porfirogenito suonava Ayanon, e che rimanda (si noti l'accentuazione sdrucciola) a un idronimo comune di estrazione celtica, ben noto un po' ovunque

. Infine, il Natiso è ancora sostanzialmente al suo posto, e il Torre lo ha abbandonato in epoca medioevale finendo nell'Isonzo, indebolendo così la portata e l'ampiezza del fiume in cui defluiva, il quale aveva reso possibile la creazione dell'antico porto di Aquileia.

 

Queste identificazioni richiedono peraltro di essere portate fino al mare, al fine di ubicare non eventuali porti - di cui non sembra che Plinio parli - ma gli sbocchi di foce, e gli incroci con la navigazione endolitoranea. Mi riferisco qui infatti non solo alle premesse generali inizialmente poste relativamente al mutamento delle condizioni ambientali determinate dai livelli marini e dal fattore di subsidenza, che hanno operato naturalmente in modi del tutto simili nella laguna di Venezia come in quelle di tutto il litorale - ove gli interventi antropici e talvolta le diversioni fluviali hanno peraltro diversamente inciso nel corso delle trasformazioni - e in quella di Marano-Grado, ma anche ai rilievi e alle conclusioni di V.De Grassi, pubblicate a suo tempo in parte proprio in questo periodico

.

 

Nella narrazione del Chronicon Altinate si incontrano nell'ordine, procedendo verso est, dopo un portus che è la foce del Taliamentum, il litus Lugnanus, lungo sei miglia (il quinto da Grado); un altro portus; il litus Budes, lungo pure sei miglia, dove Elia avrebbe fondato la chiesa di S.Andrea con un monastero femminile; un altro litus Budes, lungo un miglio, già sede di un castrum distrutto dai pagani di Attila; il litus Anforis, lungo tre miglia, diviso al centro da un rivo, ove Elia avrebbe fondato la chiesa di S.Pietro, con relativo monastero; e infine il litus più prossimo a Grado - di cui non viene detta la lunghezza -, pure armato da Elia con due chiese, intitolate a S.Mena (a mezzo il lido) e a S.Vito, dietro al quale - non longe ab Aquileia - un antico preziosissimo tempio pagano eretto in onore di Behel, pure già distrutto da Attila, era stato convertito in chiesa cristiana con la dedicazione a S.Giuliano

. Questo panorama di grande interesse può essere anzitutto controllato sul piano dimensionale: miglia 6+6+1+3 (+x) = miglia 16 (+x) = km 23,648 (+x): poiché l'attuale distanza lungo l'arco dei lidi costieri fra la foce del Tagliamento (calcolata a c. 3,5 km dalla costa attuale, eliminando ciò la pineta di formazione medioevale-moderna: ma anche dalla foce attuale la lunghezza non sarebbe molto diversa) e il porto di Grado (La Fosa) è di c. 25,7 km, la differenza di circa l'8% è tollerabile, e risulta in gran parte determinata dalla lunghezza del lido prossimo a Grado, non misurato, e dalla larghezza dei canali portuali. La suddivisione dei lidi centrali risulta invece parzialmente differente da quella attuale: ma ciò è ben spiegabile con i mutamenti morfologici del territorio ora lagunare, e può essere produttivamente controllato alla luce delle informazioni fornite dalla cartografia storica.

 

Le due più antiche mappe disponibili, prive di autore e di datazione, ma probabilmente tardocinquecentesche, insieme con la mappa del Friuli di Cristoforo Sorte

, offrono una sommaria delineazione degli alvei di penetrazione marina alimentati dai sei porti allora esistenti di Lignano, S.Andrea, S.Maria/Buso, Anfora, Morgo e Grado, che può aiutare al nostro scopo, anche se la ulteriore frammentazione dei lidi (otto) avrebbe potuto implicare nove bocche, tre in più di quelle denominate, che in effetti vengono diligentemente indicate con la parola "rota"(rótte da mareggiata, verosimilmente durante la trasgressione marina della seconda metà del Cinquecento). I porti suddetti determinano sei principali canali di penetrazione, che si ricongiungono rispettivamente ai fiumi Precenise (Stella), al fiume di Maran e Maranut (attuale Cormor), al Negrar/Cervignan (Nogaro/Ausa), all'Anfora, al Natissa e al Fiumisello (Padoan); oltre Grado è visibile anche il nesso, per il medesimo porto, con il Tiel, mentre risulta già chiaramente la confluenza del Torre nell'Isonzo, fuori della laguna.

 

Vale qui la sintesi grafica del seguente prospetto n.3, nel quale le fonti relative a fiumi, porti e lidi sono poste a organico confronto, per identificare distintamente i mutamenti idronomastici, fisiografici e dimensionali che si sono verificati nell'area. Risultano in particolare prevalenti conservatività di rapporto fra i bacini e gli alvei fluviali e le foci/bocche di porto, con qualche modesta aggiunta o sottrazione nei porti di S.Andrea, Buso e Grado, mentre si evidenziano modificazioni più estese sulla fronte litoranea: qui si osservano divisioni di lidi (litus Budes di S.Andrea nei lidi Martignano e S.Andrea); unificazioni di lidi (litus Budes del castrum e litus Anforis nell'Anfora, con cessione parziale della zona orientale di quest'ultimo al lido seguente, dopo che l'intero autonomo litus Anforis si era trovato unificato invece con il litus proximum); allungamenti di lidi (litus proximum a Grado, ora Morgo-S.Pietro d'Orio, su parte del litus Anforis, dopo una temporanea unificazione con l'intero litus Anforis).

 

 

Queste trasformazioni sono state determinate prevalentemente da eventi marittimi legati alla trasgressione del XVI secolo nei primi due casi, e in parte anche da opere antropiche più recenti nel terzo. La corrente marittima litoranea (direzione est-ovest) associata al fattore fluviale può aver determinato a sua volta scivolamenti di foce verso ovest, rispetto alla situazione dell'XI-XII secolo (Chronicon Altinate: si vedano le differenze di lunghezza).

 

Non si è tenuto conto nel prospetto delle estese e avanzate formazioni di scanni (banchi sabbiosi) segnalati da alcune delle fonti utilizzate, ancor oggi in parte esistenti, dei quali almeno quello situato a sud di Grado nasconde certamente i resti di due chiese: nota la prima (S.Agata) dal testamento del patriarca Fortunato (824) che la riedificò "ubi iam impetus maris accedere numquam potest" dopo che era stata rovinata dai flutti "quando impetus maris veniebat"

; nota la seconda (S.Gottardo, probabilmente del secolo X) fino al secolo scorso per l'emergere delle sue rovine in bassa marea a circa m 550 dalla spiaggia attuale

. Questa sequenza continua di formazioni configura in parte i resti di un cordone dunoso più avanzato, emerso certamente nell'età antica, e ancora alla fine del primo millennio, e quindi un'estensione più avanzata della piana, trasformata in laguna nell'età medioevale

. Essa, peraltro, difficilmente può essere stata idonea a creare nel II o III secolo una sede per l'ultima tratta protetta della via endolitoranea; questa deve essere inizialmente ricercata invece in un tratto di foce dell'Anaxum (Stella), corrispondente al Canale de'Lustri, collegato alla Cava di Bevazzana da due segmenti alluvionali del Tagliamento, detti ancor oggi significativamente Canale Lovato e Canale dei Pantani; in prosecuzione verso est si deve tener conto delle variazioni indotte dal porto di Lignano, e dalla apertura del porto di S.Andrea, che in fase di formazione della laguna hanno certamente reso irriconoscibile l'ambiente prima attraversato da un solo fiume.

 

Il tratto seguente fu costituito da due rami d'alveo del fiume Zellina e dal Canale Indermur (Muro), alimentato dalle acque marine di porto Buso su un solco di foce probabilmente derivante dall'Ausa, o anche dallo sbocco del rettilineo dell'Anfora: un breve allacciamento fra i due, per garantire ancor oggi la Litoranea Veneta, fu operato o rioperato all'inizio di questo secolo. Oltre porto Buso, è molto chiaro un percorso antico nel Canale dell'Anfora vecchia, che attraversa diagonalmente la piana retrostante i lidi dell'Anfora e di S.Pietro passando per il luogo ove si affacciano i resti della chiesa di S.Giuliano, scendendo dal Natiso pliniano, sulle rive del quale era stato lo scalo di Aquileia

: le modificazioni ripetute subite dall'area litoranea impediscono di configurare un'ipotesi sicura sull'epoca in cui la Natissa può aver modificato il suo corso, guadagnando gli attuali sbocchi nella Fossa di Grado e per la Bocca di Morgo, e anche sul luogo della originaria foce a mare del Natiso (per la quale sembra interessante l'evoluzione di un ghebbo attraversante il fondale denominato Nassion). Questa ubicazione tuttavia concorderebbe abbastanza con quella richiesta dalla lunghezza del litorale misurato nel Chronicon, e permetterebbe la conclusione , già affacciata, di una trasformazione litoranea conclusasi fra il XVI e il XVIII secolo per azione del mare e interventi dell'uomo. Né mancherebbe, al riguardo, qualche conforto cartografico: una notevole carta francese di Bellin del 1771 elenca nell'ordine, in questa zona, il "P.d'Amfora", il "P.Natisonis" e il "P.d'Aquilée", il "P. di Grao"

.

 

Il problema del tratto finale della endolitoranea per Aquileia non si identifica naturalmente con quello dell'ingresso marittimo alla città, che si deve ritenere anteriore, sia perché lo conosce Strabone in età certamente precedente a quella del completamento della navigazione interna altoadriatica, sia perché lo scalo di Aquileia appare di fondazione antica, e le sue evidenze archeologiche sembrano doversi ricondurre alla prima età imperiale. I 60 stadi di cui parla il geografo non corrisponderebbero infatti né al percorso per il canale dell'Anfora vecchia fino al porto Buso, né a quelli per l'attuale porto di Grado, mentre sembrano ben adattarsi a un tracciato che includendo l'attuale Natissa pervenga al citato Fondale Nassion, per uscire in mare nella località Morghetto, dove cioè come si è visto dovrebbe essere ubicata per motivi dimensionali la bocca che nel Chronicon Altinate separava il litus proximum a Grado dal litus Anforis: questa ubicazione è del resto la sola che consentirebbe una sequenza di foci/porti (e quindi lidi) sostanzialmente stabile fra il I e il XII secolo, se solo si ammettesse che la separazione fra i due litora Budes - data la loro identità onomastica - poté corrispondere all'epoca del Chronicon solo a una rótta recente, la prima fra quelle che si sarebbero verificate nell'età successiva.

 

In ogni caso il tratto finale della navigazione interna non giunse fino alla foce del Natiso in località Morghetto: il tracciato dell'Anfora vecchia, imboccato nei pressi della foce dell'Alsa a porto Buso, non potendo essere stato formato che da un altro ramo di foce del Natiso (come mostrano ancora, concordemente, le due mappe cinquecentesche e la grande carta di C.Sorte), fornì già in età imperiale avanzata un itinerario trasversale per risalire con assai minore percorso al porto urbano, seguendo una inclinazione omogenea a quella del canale Anfora, che ritengo con L.Bertacchi opera antica autonoma, originariamente legata alla bonifica dell'area meridionale dell'ager, e condotta fino all'interno dell'attuale laguna

.

 

Questo itinerario della endolitoranea, diverso dal primo e precedente ingresso marittimo noto a Strabone, non risulterebbe peraltro tale da giustificare la distanza di XV milia passuum a mari riferita ad Aquileia da Plinio: un ingresso dal mare per porto Buso implica infatti poco più di 9 miglia, e per percorrerne 15 fino allo scalo urbano di Aquileia occorrerebbe iniziare con un tratto di navigazione interna fin dalla foce dell'Anaxum, con ingresso quindi dal porto di Lignano. Con questa soluzione - così come con quella di porto Buso - la navigazione d'alto mare con navi onerarie potrebbe aver abbandonato l'originario percorso, Morghetto-Nassion-Panigai del Natiso a causa di eventuali difficoltà di fondali, per fruire di flumina e fossae utilizzati anche dalla navigazione endolitoranea; in questo caso Plinio avrebbe conosciuto un canale portuale nuovo della città, non potendo peraltro attribuirlo alla navigazione interna verso Altino, per il fatto che a quella data non esisteva ancora un collegamento endolitoraneo completo da Aquileia fino a Equilo. A sostenere questa ipotesi potrebbero concorrere - oltre ai ben noti ritrovamenti archeologici di V.De Grassi - alcune delle notizie del Chronicon Altinate: da una parte quella del "forum fusteum" sul littore secundo, dall'altra quella del "templum... ad Behel ydolum" convertito in chiesa da S.Giuliano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L.Bosio, I problemi portuali della frangia lagunare veneta nell'antichità, in "Venetia", I, 1967, pp. 11-96; G.Musolino, La via acquea da Ravenna ad Altino, in "Ateneo Veneto" CXLVI, 1962, 2, pp. 37 ss.; G.Uggeri, La romanizzazione dell'antico Delta Padano, Ferrara 1975; G.Uggeri, Vie di terra e vie d'acqua tra Aquileia e Ravenna in età romana, in "Antichità altoadriatiche", XIII, 1978, pp.45-79; G.Rosada, I fiumi e i porti nella Venetia orientale: osservazioni intorno ad un famoso passo pliniano. I. Portus Liquentiae: i dati e i problemi; II I fiumi e i porti da Concordia ad Aquileia, in "Aquileia nostra", LI, 1979, cc.173-216 e 217-256; L.Bosio e G. Rosada, Le presenze insediative nell'arco dell'Alto Adriatico dall'epoca romana alla nascita di Venezia, in "Da Aquileia a Venezia", Milano 1980, pp. 507-567; L.Bosio, Note per una propedeutica allo studio storico della Laguna Veneta in età romana, in "Atti dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti", CXLII, 1983-84, pp. 95-126; G.Uggeri, La navigazione interna della Cisalpina in età romana, in "Antichità altoadriatiche", XXIX, 1987, II, pp.305-354; G.Rosada, La direttrice endolagunare e per acque interne della decima regio marittima: tra risorsa naturale e organizzazione antropica, in "La Venetia nell'area padano-danubiana. Le vie di comunicazione", Padova 1990, pp.153-182; G.Rosada, Dati e problemi topografici della fascia costiera fra Sile/Piave e Tagliamento, in "Antichità altoadriatiche", XXXVI, 1990, pp. 79-101; G.Uggeri, Aspetti archeologici della navigazione interna nella Cisalpina, ivi, pp.175-196; A.Marchiori, Sistemi portuali della Venetia romana, ivi, pp. 197-225; L.Bertacchi, Il sistema portuale della metropoli aquileiese, ivi, pp.227-253.

 

 

A.Calderini, Per la storia dei trasporti fluviali da Ravenna ad Aquileia, in "Aquileia nostra", X, 1939, cc. 35-36; Edictum Diocletiani et collegarum de pretiis rerum venalium, ed. M.Giacchero, I, Genova 1974, 35.107; A.Biscardi, Il porto di Aquileia ed i moli marittimi nel calmiere Dioclezianeo, in "Antichità altoadriatiche", XXIX, 1987, I, pp.169-181.

 

 

G.Uggeri, Vie..., op. cit., pp. 75-78; G.Schmiedt, Contributo della fotografia aerea alla conoscenza del territorio di Aquileia, in "Antichità altoadriatiche", XV, 1979, pp.145-188, a pp. 161-162.

 

 

L.Bosio, Note..., op. cit., p.114; L.Cracco Ruggini, Acque..., op. cit., pp.51-52.

 

 

W.Dorigo, Venezie sepolte nella terra del Piave, Roma 1994; Id., Fra il dolce e il salso: origini e sviluppi della civiltà lagunare", in "La Laguna di Venezia", Verona 1995, pp. - .

 

 

Nel campo di Vigo, all'estremità settentrionale di Chioggia, sorge una colonna, in posizione che sembra stabilire un termine significativo nell'itinerario qui posto allo studio. La città è attraversata longitudinalmente dal canale Vena, idronimo di indubbia continuità latina, con il significato di alveo d'acqua dolce. Nelle mappe più antiche [p.e. ASV, SEA Laguna 16, del 1557, di C.Sabadino ] è ancora conservato, immediatamente a sud-est della chiesa di S.Francesco, l'idronimo La Cava, e il tracciato della medesima, evidentemente in passato in continuità con la Vena.

 

 

L.Bosio (Note..., op. cit., p.108) ritiene al riguardo "evidente" che Strabone intenda parlare di una navigazione "lagunare".

 

 

Ancor recentemente, e dopo aver espresso giudizi inappellabili su W.Dorigo, Venezia Origini. Fondamenti ipotesi metodi, Milano 1983: L.Bosio, Note..., op.cit., p.97; L.Cracco Ruggini, Acque..., op. cit., pp. 39, 90, e passim.

 

 

Rinvio qui a W.Dorigo, Venezia..., op. cit., I, pp. 129-178.

 

 

Ivi, pp. 40-125. Quanto esposto sulla trasformazione dell'ambiente lagunare e sulla sua precedente colonizzazione sta trovando dal 1983 continue conferme dalla ricerca archeologica.

 

 

Codex Publicorum (Codice del Piovego), cur. B.Lanfranchi Strina, I, 1985, pp. 56-58 e 79; A.Baracchi, Le carte del Mille e del Millecento che si conservano nel R.Archivio Notarile di Venezia, IV, in "Archivio Veneto", VIII, 1874, pp.134-153, XLI, p.145; Codice Diplomatico Padovano dal secolo sesto a tutto l'undecimo, cur. A.Gloria, Venezia 1877, n. 327, p. 350. Ancor oggi è attestato in quest'area il termine, peraltro non frequente in Laguna, di Fossa (della Magra): piuttosto che fossa, il vocabolo Cava è invece quello che viene specificamente adoperato per secoli in età veneziana per denominare una fossa di navigazione scavata dall'uomo. Analogamente Venezia ha usato il termine rivus al posto di fossatum, di cui conosco in questa accezione una sola testimonianza, in una fonte del 1038 (A.Baracchi, Le carte..., op. cit., I, in "Archivio Veneto", VI, 1873, pp.293-321, I, a p.312), forse perché esso ebbe nella provincia bizantina il significato di campo trincerato (jossaton=fossatum; "fossado Gricesco", 1106 (S.Giorgio Maggiore, II. Documenti 982-1159, L.Lanfranchi, Venezia 1968, n.95, p.222); e così pure canale al posto di flumen: fino al XIV secolo canale significa per antonomasia il canal Grande, cioè il rivus altus, mentre l'appellativo seguito dal nome proprio è comunque riservato ai fiumi (canale Viganum=canale della Giudecca, etc.).

 

 

E' ulteriormente significativo notare che ad Altino un corso d'acqua che dallo Zero si innesta nel Dese - cioè nell'ultimo tratto della fossa di navigazione, si è chiamato per secoli Puviglanum ("...fovea de Zero est inter Puviglanum et Cesam"), Puviglano, Poveglian, il Povegian, Povian, così come un villaggio vicino; si veda in A.Baracchi, Le carte..., op. cit., VII, in "Archivio Veneto", XX, 1880, pp.51-80, LXXXVIII, a p.67, del 1188-1189, e in Podestà di Torcello Domenico Viglari (1290-1291), cur. P.Zolli, Venezia 1966, n.2.3, p.11, del 1290; inoltre si vedano le mappe dell'ASV: SEA Laguna, 13 (1695 da 1556); Miscellanea Mappe, 1197 (1798); SEA Laguna, 145 bis (secoli XVIII-XIX); etc.

 

 

Codex..., op. cit., pp.39-41, 88-89, 105.

 

 

Origo civitatum Italie seu Venetiarum (Chronicon Altinate et Chronicon Gradense), cur. R.Cessi, Roma 1933, III, pp. 134-136: "in terra posita proximum in insula de Matamauco [...] que Popilias enim nominata est"; ASV, SEA Laguna, 155, del sec. XVI.

 

 

Codex..., op. cit., pp.85, 88-89, 97-98.

 

 

A.Dandolo, Chronica per extensum descripta, aa.46-1280 d.C., cur. E.Pastorello, Bologna 1938, IX, XIII, 8; BNM, mss. lat. Z, 399 (1610), c.7.

 

 

F.Ughelli, Italia Sacra..., Venezia 1720, V, c.1216; Documenti relativi alla storia di Venezia anteriori al 1000, cur. R.Cessi, Padova 1942, I, n.44, pp.71-75: "...in loco angusto constituti et infra paludes manentes...".

 

 

Codex..., op. cit., sentenza 20, pp.129-130; Documenti..., op. cit., I, n.55, p.102; Benedettini in S.Daniele (1046-1198), cur. E.Santschi, Venezia 1989, n. 13, pp.24-25.

 

 

S.Giorgio..., op. cit., n.3, p.29 (1015), e n. 7, p.38 (1026).

 

 

Documenti..., op. cit., II, n.40, p.68.

 

 

Il primo documento è del 1186: F.Ughelli, Italia..., op. cit., V, c.1378): "...hospitalem S.Jacobi, iuxta fluvium Palude". Il monastero di S.Nicolò della Cavana venne fondato nel 1303 su una cavana preesistente, come si è visto per l'ospedale di S.Clemente: F.Corner, Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia e Torcello, Padova 1758, p.597.

 

 

Itineraria romana, I, ed. O.Cuntz, Leipzig 1929, p.18; Erodiano, Ab excessu divi Marci libri VIII, ed. K.Stavenhagen, Leipzig 1922: il primo passo (VII.6.5) si riferisce a una navigazione tra "stagni e bassifondi" fra Altino e Ravenna (tas limnas kai ta tenagh), e sembra escludere un percorso acqueo a nord di Altino.

 

 

W.Dorigo, Venezie..., op. cit., pp.49-55.

 

 

Ricordo solo, sul piano archeologico, lo scavo recente a S.Lorenzo di Ammiana di E.Canal (L.Fersuoch et alii, Indagini archeologiche a S.Lorenzo di Ammiana (Venezia), in "Archeologia Veneta", XII, 1989, pp. 71-96); Origo..., op.cit., pp.66-68; S.Lorenzo di Ammiana, cur. L.Lanfranchi, Venezia 1969, n.87, pp.98-100 (1196).

 

 

ASV, S.Zaccaria, b.25.

 

 

Constantine Porphyrogenitus, De administrando imperio, ed. Gy.Moravcsik, transl. R.J.H.Jenkins, Budapest 1949, XXVII, p.118.

 

 

Deliberazioni del Maggior consiglio di Venezia, cur. R.Cessi, I, Bologna 1950, pp.129 (1223) e 205 (1227).

 

 

Constantine Porphyrogenitus, op. cit., XXVII, p. 118; Origo..., op. cit., I, pp.32-33; II, pp.58-59.

 

 

ASV, SEA Rel. Periti, 55.17 (1731) e 151.5 (1791); SEA Terminazioni, 6 (1589).

 

 

Qui (ad turrim Plavis) dovette essere ubicata la Pallata Pluvielle (1365): ASV, Podestà Lio Mazor, b.593. Resta incerta la collocazione della posta della puvola (1312: ivi, b.592).

 

 

ASV, SEA Piave, 5. Altri lavori erano stati compiuti a metà del Trecento per viam Littoris Maioris, come accerta una decisione di Quarantia del 1366, che obbligava a "solvere certam peccuniam pro cava fienda" (Le deliberazioni del Consiglio dei XL della repubblica di Venezia, cur. A.Lombardo, III, Venezia 1967, n.100, p.86).

 

 

G.Pavanello, Di un'antica laguna scomparsa (la laguna eracliana), in "Archivio Veneto-Tridentino", III, 1923, pp.263-307.

 

 

W.Dorigo, Venezie..., op. cit., pp.319-329.

 

 

G.Brusin, Sul percorso della Via Annia fra il Piave e il Livenza e presso Torviscosa. Nuovi appunti, AIVSLA, CVIII, 1949-50, pp.115-127; W.Dorigo, Venezie..., op. cit., Atlante di restituzioni storico-territoriali-archeologiche, tt.3 e 4.

 

 

S.Salvatori, Ricerche archeologiche a Cittanova: metodi, risultati, prospettive, in "Venezia Arti", 3, 1989, pp.146-148; I.Borghero-T.Marinig, Prime valutazioni cronologico-funzionali sulla presenza romana nell'area di Cittanova, ivi, pp.148-152; Ricerche archeologiche a Cittanova (Eraclia) 1987-1988, cur. S.Salvatori, in "Quaderni di Archeologia del Veneto", V, 1989, pp. 77-114.

 

 

Documenti..., op. cit., I, n.53, p.98.

 

 

M.Tombolani, Rinvenimenti archeologici di età romana nel territorio di Jesolo, in "Antichità altoadriatiche", XXVII, 1985, pp.73-90; W.Dorigo, Venezie..., op. cit., pp.55-67; L.Fabbiani, Indagine sui reperti in opus tessellatum e opus sectile provenienti da "Le Mure" di Jesolo, ivi, pp.370-371; A.Gasparetto, Esame dei reperti vitrei jesolani, ivi, p.377; A.Kermorvant-S.Romero-Sanchez, Contribution géophisique à la reconstitution historique des territoires de Jesolo et Cittanova, ivi, pp.378-386.

 

 

Si vedano citazioni adeguate nel prospetto n.1, nel quale sono indicate le rispettive fonti.

 

 

ASV: Misc. Mappe 1440, del 1539; SEA diversi 6, del 1567/1583; SEA Lidi 14bis, del 1582; SEA Piave 130, del 1675.

 

 

ASV, SEA Piave 10, del 1569. Si veda anche la restituzione della Cava Zucarina nova e della Cava Zucarina vecchissima in W.Dorigo, Venezie..., op. cit., Atlante, t.14.

 

 

Origo..., op. cit., p.156; W.Dorigo, Venezia..., op. cit., I, p.320.

 

 

ASV, SEA, r.342, c.18 v.; Senato Misti, r.60, cc.238-239; Notatorio Collegio, r.23, cc. 12-13.

 

 

ASV, Senato Misti, r.43, c.33.

 

 

ASV, Codice Trevisaneo, cc.139-140 v.

 

 

W.Dorigo, Venezie..., op. cit., Atlante, tt. 1 e 2.

 

 

H.Bresslau, Karls des Grossen Urkunde für das Bistum Torcello, in "Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde", XXVIII, 1913, p.527-534, a p.530; ASV, S.Salvador, b.6; Documenti..., op. cit., I, n.55, p.102; II, n.16, p.22; n.90, p.185.

 

 

W.Dorigo, Venezie..., op. cit., pp.188-202; Atlante, t.8.

 

 

Acta et Diplomata e R.Tabulario Veneto usque ad medium seculum XV summatim regesta, cur. A.D.Minotto, Venezia 1870-75, III.II, p.9; ASV, S.Salvador, b.7; Mensa Patriarcale, 42 (1568); Atti Notarili, 10497C (sec.XVI) in copia del sec.XVII.

 

 

Co.Ven.Or, Mappa Archeologica, Torre di Mosto 1985, p.119.

 

 

ASV, SEA Piave, 5 (1558); S.Salvador, bb.6 e 7; per ubicare il monastero di S.Pietro di Romatina T.Bottani (Saggio sulla storia della città di Caorle, Venezia 1811, a p.69) indicò la Valle Altanea; in diversa ipotesi, si può indicare il Borgo S.Pietro, ancor vivo sulla sponda orientale del Livenza, proprio di fronte alla possessione monastica delle Cassine, che stava sulla riva destra.

 

 

G.Rosada, I fiumi..., op. cit., II, cc.218-224.

 

 

Utile la segnalazione di G.Rosada (ivi, cc.227-228) del toponimo Ramusello (=Ramuscello) posto "trans fluvium Tiliamento" nel testo della donazione di Sesto del 762 (Codice Diplomatico Longobardo, cur.L.Schiaparelli, II, Roma 1933, n.162, p.105.

 

 

Secondo il Chronicon Altinate (Origo..., op. cit., II, p.79) in littore Biaçianum si sarebbero dovute fondare - "fundari debet" - (o sarebbero state fondate - "fundate erant"; III, p.165) "ab antiquitus due basilice. insignia item posita fuit, sed minime fecerunt; propter hoc litus Due Basilice appellatur sive Ausanu dicitur". Il toponimo ("casas in Duas Basilicas") risulta anche in documento antichissimo, la citata charta donationis del 762 (a p.103), alcuni secoli prima della datazione complessivamente attribuibile all'ultima redazione del Chronicon Altinate. Nelle mappe ASV, SEA Diversi, 133 (metà del XVI secolo) e SEA Laguna, 44 (1646) il porto corrispondente risulta di "Tre Baseleghe".

 

 

Co.Ven.Or, Mappa..., op. cit., pp.11-28 (P.Croce Da Villa, Interpretazione dei dati), e passim.

 

 

ASV, SEA Diversi, 4 (1549); ASV, Savi sopra Conti, 275, del 1562; Biblioteca Comunale di Treviso, 11 (1646).

 

 

Constantine Porphyrogenitus, De administrando..., op. cit., XXVII, p.118; Documenti..., op. cit., n.47, p.82; Cronache..., op. cit., p.64. A Bibione nel 1197 si costruivano navi: "nave quam fieri fecit in loco qui dicitur Bibons" (A.Baracchi, Le carte..., op. cit., X, in "Archivio Veneto", XXI, 1881, pp.313-332, CXX, p.315).

 

 

ASV, SEA Livenza, 1 (1534 da 1527); SEA Diversi, 4 (1549 da 1542); Savi sopra Conti, 275 (1562). In SEA Livenza, 12 (1654) la "cava di Baseleghe" si distacca a metà percorso dalla "cava vecchia", denunciando un tratto nuovo orientato più a nord, verso Bevazzana; nella Carta delle Lagune di Caorle e Grado di F.Griselini (Civico Museo Correr, Venezia, mss. Cicogna, 3374, del 1740) anche la "Cava nuova" risulta "abonita", così come la "Cava di Bevazzana" oltre il Tagliamento.

 

 

Origo..., op. cit., pp.79 e 165. Un'altra evidenza nella charta donationis citata del 762 (pp.102 e 105) è il toponimo Ausiniano ("casteneto in Ausiniano"), che può essere collegato con il litus Ausanu e il kastron Ayanon.

 

 

ASV, SEA Livenza, 1 (1534 da 1527); SEA Diversi, 4, del 1549, di G.A.Locha, copia da altro di N.dal Cortivo, a sua volta derivata da precedente del 1542 di G.Trevisan.

 

 

La donazione di Ottone III all'episcopato di Concordia del 996 (Documenti..., op. cit., II, n.77, p.156) comprende tutto il territorio (silvam) compreso fra il Livenza (fino al mare) e l'"aqua, que vocatur Lemen" (fino al mare) e riguarda tutta la diocesi ("parochiam cum omnibus plebibus et decimacionibus") fra il Livenza e il Talimentum, fino al mare. Vero è che il diploma sembra contrastare con quanto si ritiene circa la bizantinità e la veneticità di Caorle, la quale aveva un vescovo, e potrebbe peraltro essere risultata esclusa con breve tratto di territorio dalla donazione in oggetto. Al riguardo si deve ricordare anche la contraddittorietà degli atti imperiali in quegli anni, nel bel mezzo della crisi fra il ducato veneziano e l'impero a proposito dei beni cenedesi/civitatini occupati dal vescovo di Belluno Giovanni II. Si veda W.Dorigo, Venezie..., op. cit., pp.182-188.

 

Un documento del 1300 (ASV, Mensa Patriarcale, b.19) certifica invece p.e. che "omnia et singula littora que sunt inter Caprulem et Gradum", già tenuti "tantum nomine affictus sive concessionis ad tempus" da Giovanni Dandolo, non ancora doge (ergo ante 1280) su concessione di quattro patriarchi per una somma pressoché simbolica, e passati al figlio Marco, venivano riconsegnati al patriarca di Grado Egydio.

 

 

Origo..., op. cit., p.166; A.Lombardo, Le deliberazioni..., op. cit., n.100, p.86.

 

 

G.Rosada, I fiumi..., op. cit., c.233-236.

 

 

Brevemente, si vedano in particolare i nn.108 (s.XVI), 110 (1553), 118-119 (1562-1563), 120 (1564), 179-180 (ex.XVI s.), etc. in L.Lago, Theatrum Adriae. Dalle Alpi all'Adriatico nella cartografia del passato, Trieste 1989.

 

 

Per esempio, nella laguna di Venezia, Avisa, oggi Avesa.

 

 

V.De Grassi, Esplorazioni archeologiche nel territorio della laguna di Grado, in "Aquileia nostra", XXI, 1950, cc.5-24; V.De Grassi, Le rovine subacquee di S.Gottardo a Grado, ivi, XXIII, 1952, cc.27-36; P. e V.De Grassi, Memorie sulle variazioni morfologiche dei litorali marini della Laguna di Grado, Grado 1957.

 

 

Origo..., op. cit., II, pp.77-79; III, pp.164-165.

 

 

ASV, SEA Diversi, 140; BNM, mss.it. VI, 188 (10039), 33; Kriegsarchiv, Wien, B.VII.A.167, del 1590. Tracciati meno attendibili dei canali lagunari figurano anche nella mappa del Friuli di P.Lagorio (in R.Almagià, Monumenta Italiae Cartographica, Firenze 1929), del 1563.

 

 

Documenti..., op. cit., I, n.45, pp.76-77.

 

 

V. De Grassi, Le rovine..., op. cit., cc.32-33.

 

 

A.Brambati, Modificazioni costiere nell'arco lagunare dell'Adriatico settentrionale, in "Antichità altoadriatiche", XXVII, 1985, pp.13-47, a pp. 30-31 e 33; G.Schmiedt, Archeologia della laguna di Grado, ivi, XVII, 1980, pp.17-40, a p.34. Che gli scanni non siano di formazione recente, ma costituiscano i resti di una linea di spiaggia più avanzata, confermano anche le raccolte archeologiche di superficie effettuate da P.Morelli De Rossi (La zona archeologica di Porto Buso: prospezioni ed ipotesi, in "Aquileia nostra", XL, 1969, cc.1-14), che accertano tre luoghi di concentrazione di frammenti laterizi, anforacei, petrinei, musivi, databili fra il II secolo d.C. e l'età bizantina nel banco sabbioso emerso, davanti al lido d'Anfora presso porto Buso, e nelle zone attigue sottoposte a marea.

 

 

Sono fondamentali al riguardo le osservazioni archeologiche di V. De Grassi, e anche quelle di P.Morelli De Rossi. Esiste inoltre un'attestazione documentaria sicura e assai alta, la quale, accertando che "quandam aquam nomine Natissum...inferius Anfora cognominatur", informa della sua donazione al patriarca Federico di Aquileia da parte di Berengario nell'anno 900 (Documenti..., op. cit., n.26, p.37).

 

 

L.Dorigo, La laguna di Grado e le sue foci. Ricerche e rilievi idrografici, Venezia 1965, t. 4.

 

 

L.Bertacchi, Il sistema portuale della metropoli aquileiese, in "Antichità altoadriatiche", XXXVI, 1990, pp.227-253. Rilevanti le evidenze archeologiche , e l'osservazione di vie alzaie sulla riva destra della Natissa, sulla riva sinistra del bacino portuale della città, e sul lato meridionale dell'Anfora.

 

 

 

 

PAGINA

.ήA

 

30 Jesolo, in "Antichità altoadriatiche", XXVII, 1985, pp.73-90; W.Dorigo, Venezie..., op. cit., pp.55-67; L.Fabbiani, Indagine sui reperti in opus tessellatum e opus sectile provenienti da "Le Mure" di Jesolo€

õÿÿÿÿÿÿÿ

õÿÿÿÿÿÿÿ

 ¡¢£¤¥¦§¨©ª"¬­

 ¡¢£¤¥¦§¨©ª"¬­ƀ

Times New Roman

Symbol

Articolo per Aquileia nostra

Tommaso Dorigo

Tommaso Dorigo